I bugiardi "favolosi"

" E come fai a sapere che ho detto una bugia?" , chiese Pinocchio.
"Le bugie, mio caro bambino, si scoprono subito perché sono di due generi. Ci sono le bugie che hanno le gambe corte e le bugie che hanno il naso lungo. La tua bugia , si vede che è di quelle che hanno il naso lungo " rispose la Fatina.
Come primo ammonimento a non dire le bugie certo non è male utilizzare a nostra volta un bugia!
Al fine di non creare al bambino maggiore confusione, piuttosto che chiarezza, dovremmo in primo luogo far capire al bambino la sostanziale differenza fra "bugia" e "metafora" la quale è molto spesso uno strumento capace di rafforzare e non indebolire il contatto con la verità.
Consideriamo, comunque che le favole sono spesso costellate di inganni dai risvolti positivi e spesso addirittura salvifici. Come si può biasimare, infatti, il cacciatore di Biancaneve che solo imbrogliando la cattiva matrigna ( portandole ciò il cuore di un animale del bosco spacciandolo per quello della ragazza) riesce a salvarle la vita , a permetterle di incontrare i dolci nanetti e, più tardi, lo splendido principe azzurro con cui coronare sogni e vita per "vivere felici e contenti"?
Dunque la bugia a volte può essere l'unico mezzo per rimediare errori e malefatte altrui o rendere meno crudele la realtà agli occhi di chi è vittima inconsapevole di gravi ingiustizie ( La vita è bella di Roberto Benigni). Viene anzi da chiedersi come mai una figura fondamentale come il generoso cacciatore, senza il quale la ragazza avrebbe fatto una ben misera fine e la storia si sarebbe conclusa subito, negando a tutti noi perfino la conoscenza dei nanetti, non abbia avuto diritto nella storia nemmeno a un nome proprio. ( che sia la velata punizione dei fratelli Grimm al "mistificatore", quasi a volerci comunicare che alcune bugie si possono anche dire, ma la punizione arriva ... comunque! "
Altrettanto salvifici gli inganni cui ricorrono gli sfortunati ma ingegnosi Hansel e Gretel: se infatti: Hansel inganna la strega, che li ha fatti prigionieri e li tiene all'ingrasso, facendole toccare ogni giorno l'ossicino di un pollo anziché il suo braccino paffutello, è la sorella che induce la megera a verificare se il forno è caldo , convincendola infilarci dentro la testa e spingendola, poi, dentro la fornace. Anche qui siamo di fronte a questioni di vita o di morte e l'inganno appare più che giustificato,:anche il bambino imparerà che, se per difendersi dal rischio di un danno serio, usi usi l'inganno, in quel caso ... il naso non ti cresce! Altre volte, la bugia viene presentata nelle favole come un piccolo inganno auto difensivo, come nel caso della volpe quando dichiara, mentendo, che l'irraggiungibile uva "è acerba" ed è questo il motivo per cui non la mangia ! Tutti capiscono benissimo che attraverso tale bugia la volpe tenta di salvare la propria reputazione evitando di di fare una figuraccia, connessa con l'ammissione di non essere capace di conquistarsi il frutto, troppo in alto per lei.
Con le bugie del "Gatto con gli stivali", passiamo ad un altro livello, quello degli inganni messi in atto per motivi di interesse o carriera. L'autore dell'opera, Charles Perrault, era un importante esponente della Amministrazione Pubblica parigina nella seconda metà del XV secolo e, in quanto tale, attento osservatore dei giochi e delle manovre di potere; attraverso la favola del Gatto con gli stivali, racconta di come furbizie e menzogne possano essere utilissimi strumenti per il raggiungimento di obiettivi altrimenti, probabilmente, irraggiungibili. In questa fiaba, infatti, la bugia non viene utilizzata come estremo strumento di salvezza; il sagace soriano architetta, tram e ordisce, con l'unico scopo di arricchire il suo padrone e per il puro miglioramento del suo stato sociale. Sembrerebbe un messaggio quanto meno discutibile, soprattutto dal punto di vista etico e morale, eppure il furbo felino non manca di suscitare una certa ammirazione.
Sarà magari perché siamo abituati a vedere i nostri gatti in immobilità pressoché assoluta, abbandonati su grandi cuscini, morbidi mici sonnolenti e pigri il cui massimo guizzo di energia si rivela quasi sempre in coincidenza del rumore dei croccantini nella scodella, fatto sta che la attività febbrile del "gatto calzato" ci risulta sorprendente e, forse, saremmo disposti a perdonarne i raggiri a fronte della grande testimonianza di fedeltà dimostrata verso il padrone, quel giovane spiantato e senza speranze , cui il padre aveva lasciato in eredità soltanto lui , proprio il Gatto, mentre ai fratelli erano andati i mulino e l'asino.
A ben pensarci chi non lo vorrebbe un gatto così?
Effettivamente, limitandosi a ricordare la fiaba per sommi capi, senza procedere ad una lettura "di ripasso", a nessuno viene o torna in mente l'omicidio dell' "Orco" , eppure un innocente è uscito di scena unicamente per la ragione di essere un ricco possidente e lo ha fatto senza neppure poter conservare un minimo di dignità. Per un eccesso di vanità, infatti, e cedendo alle lusinghe del gatto, l'orco si è trasformato in un topolino, finendo tra le fauci feline. Ora, dove troviamo scritto che "orco" sia automaticamente sinonimo di "cattivo" e che un "cattivo" che a te non ha fatto assolutamente nulla di male sia un personaggio da eliminare impunemente ?
Non potrebbe l'orco essere semplicemente una sorta di gigante come l'intelligente storia di "Shrek" ci ha mostrato? E allora, non dovremmo o potremmo essere indignati per il messaggio di questa storia? E quale sarebbe la parte educativa, quale sarebbe l'insegnamento da trarre da questa fiaba? Forse che se la contropartita è costituita dall'acquisizione di un regno, terre floride e la mano di una principessa, naturalmente bellissima e buonissima, allora tutto è lecito?
Oppure la lettura intende significare che se meschinità e inganni vengono perpetrati da animali, seppure parlanti, sono ammessi perché parte di un mondo che non ci appartiene?
Ma soprattutto: perché il Gatto ha dovuto infilare gli stivali per portare a compimento il suo piano? Ecco che proprio gli stivali ci si rivelano per ciò che sono, il primo fondamentale frammento della trama ingannevole. Con gli stivali, infatti, il look di Segretario del Marchese diventa credibile e così si fa credibile tutto il resto.
Ma che pensano i bambini di tutti questi imbrogli? I bambini si gustano la favola : sicuramente riconoscono concetti come quelli di giustizia, verità, bugia ma sanno sanno dare istintivamente il giusto peso alle cose; sanno che si tratta di favole, fatte di personaggi fantastici, di luoghi irreali, di fatine immaginarie e di altre cose che non esistono. Così la fiaba, che racconta di mentitori senza scrupoli, perde la propria connotazione negativa proprio in virtù di questa riconosciuta, innata saggezza dei bambini, che riescono a cogliere soltanto il lieto fine tanto atteso. Chi si sognerebbe di censurare, individuando nel Gatto un losco figuro, una fiaba che ha fatto addormentare, gioire ed entusiasmare generazioni di bimbi?
A latere e concretamente esiste anche il problema delle bugie che i piccoli dicono a noi adulti. Nel passato l'argomento aveva chiare regole, il che fare non era messo in discussione: punire in maniera esemplare e scoraggiare decisamente il ricorso ad esse.
A volte i deterrenti pedagogici nei confronti delle menzogne prendono inaspettatamente la via dello spot pubblicitario come quello utilizzato ormai molti anni fa ma ancora emblematico: Un papà, rientrando a casa chiede alla figlia se ha fatto i compiti. Non appena la bimba, mentendo, afferma di averli terminati, uno schieramento di poliziotti circonda la casa con tanto di megafono intimando alla piccola bugiarda di correggere la sua versione dei fatti in quanto avendo mangiato un "tal formaggio genuino" non le è consentito mentire. Per un momento, sia pure con toni da enfatica parodia, la pubblicità fa l'elogio della verità, sperando forse di far dimenticare le bugie, i trucchi e gli inganni di cui è costellata la sua comunicazione.
Tuttavia, in generale, oggi si guarda alla bugia con una certa dose di tolleranza. Per quelle dei bambini, poi, ci si mettono anche gli psicanalisti. Scrive, ad esempio Danielle Dalloz: " ... impariamo a riconoscere la bugia come un sussulto vitale del bambino che infrange l'onnipotenza e l'onniscienza dell'adulto per dimostrare, a modo suo, che possiede un proprio pensiero e un propria esistenza insospettati da parte dei genitori o di coloro che si prendono cura di lui". (D. Dalloz, La bugia, Ed. Ancora) Si tratterebbe, dunque, di una delle attività in cui si esercita l'autonomia.
In determinate situazioni critiche, poi, le fantasie dei bambini e degli adolescenti vanno lette, secondo gli psicanalisti, come strumenti messi in atto per un efficace difesa da situazioni di ansia e dolore altrimenti non sostenibili.
Spesso sarebbe la costruzione di mondi paralleli e fantastici la strada per arrivare ad alleviare sofferenze troppo dure per le giovani età. D'altro canto, le fantasie giovanili sarebbero anche , in qualche modo, a rappresentare confusamente l'idea che la realtà non sia solo quella che si vede e si tocca. Che ci sia da qualche parte una realtà "intangibile" che può essere cercata o addirittura " costruita ". Operazione che, secondo alcuni, potrebbe essere intesa come un embrionale approccio alla dimensione religiosa o a quella artistica.
Lo psicanalista Bruno Bettelheim, autore di opere considerate fondamentali per l'analisi e lo studio dei comportamenti e della psicologia infantile, opere come "Il giardino incantato" e " Un genitore quasi perfetto ", è convinto che si debba lasciare che i bambini credano alle fiabe, a Babbo Natale, alle Fate, al Coniglio di Pasqua e agli altri personaggi che popolano la fantasia dei piccoli in quanto egli considera essenziale, per lo sviluppo della mente e della personalità infantile, l'azione della componente emozionale che, attraversando processi di identificazione con i personaggi della fantasia, produce collegamenti e confronti che si consolideranno attraverso il tempo. "La cosa più bella nella magia positiva dei giorni di festa - dice Bettelheim - è che essa procura al bambino una sicurezza che dura tutto l'anno, in una età nella quale ne ha più bisogno, anche nelle circostanze più penose della vita".
( B. Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli 1987) . E se pensiamo che ormai da anni la Food and Drug Administration, agenzia federale che vigila sulla salute degli americani, ha dato il via alla somministrazione di Prozac , il più famoso dei farmaci antidepressivi, anche ai bambini di sette anni, forse potremmo permettere che i piccoli non solo fantastichino con personaggi immaginari, ma magari inventino anche qualche bugia che possa ripararli dai disagi che si trovano a vivere, piuttosto che percorrere la via farmacologica per tentare di assicurare loro la serenità. E'anche per questo che molti psicologi infantili sconsiglino ai genitori di smascherare brutalmente ogni menzogna, in nome della morale o per affermare la propria autorità, invitandoli piuttosto ad entrare "in punta di piedi" nel mondo fatto anche di bugie dei propri figli, per comprenderne le motivazioni senza urtare la loro sensibilità. Sempre più spesso, infatti, si leggono notizie agghiaccianti su ragazzi che, di fronte al possibile crollo del loro castello di bugie, del loro mondo "inventato", scelgono addirittura la strada della rinuncia alla vita. Anche argomenti potenzialmente innocui come lo studio, possono portare un adolescente a ricorrere ad un cumulo di bugie che lo faranno ritrovare sull'orlo del baratro nel momento della resa dei conti, quando rivelare la verità, incorrendo nelle ire dei genitori avrebbe un costo troppo alto, a volte insostenibile.
Di fronte a ciò, ben vengano i piccoli Pinocchi , che forse marinano la scuola, vendono l'abecedario, si lasciano ingannare da gatti e volpi ma che, prima o poi, imparano che il "Paese dei balocchi" è una grande bufala e che la vita li aspetta al varco, per farli diventare "veri".